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 Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico

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sacred90

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PostSubject: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:09

La Creazione I: L'universo

In principio non vi era altro che Dio.

Non
vi era nè materia, né energia, né movimento. Non vi era neanche il
vuoto che divide il mondo dalle stelle, poichè anche il vuoto è
qualcosa. Nulla. Non c'era neanche l'assenza di qualche cosa perché,
quando uno dice di sentire la mancanza di qualcosa, è consapevole della
possibilità dell'esistenza di quella cosa. L'inesistenza si ha quando
anche l'idea di esistenza è impossibile. Tranne che per Dio.

Ma
Dio è più alto di tutto, incluso il nulla. Lui non ha un inizio o una
fine. Lui è l'Infinito e l'Eterno. Lui è Perfezione che niente può
impedire, su cui nulla può agire o interferire. Per Lui, altro non è
che un semplice pensiero passare dall'Inesistenza all'Esistenza, ed un
altro semplice pensiero ritornare dall'Esistenza al Nulla. Tutto è
possibile per Lui e tutto ciò che esiste deve a Lui la sua esistenza.

Dio
è la materia prima da cui tutto è stato creato. Materia, energia,
movimento, e tempo sono composte di Lui. Tutto ciò che esiste, così
come il nulla stesso, appartenevano a Lui sin dall'inizio. Lui è anche
il Creatore di tutte le cose. È Lui colui che crea tutto ciò che esiste
e gli dona forma e contenuto. Lui infine è l'Altissimo, poichè Lui è la
causa dell'esistenza di tutte le cose, incluso il nulla.

Dio
sa tutto, perché la stessa conoscenza era parte di Lui, è creata da Lui
e trova la sua ragione di essere in Lui. Così si può affermare che Lui
è onnisciente. Inoltre Lui è dappertutto perché, per quanto lontano uno
possa andare, costui si trova sempre in Lui. Dio è qualificato così
come l'onnipresente. Infine Lui può agire in ogni campo; poichè,
essendo dappertutto e conoscendo tutto, non può esservi nulla e nessuna
mancanza di qualcosa che possa fermare il Suo agire.

Dio pensò
ed un piccolo punto apparve. Dalla creazione di questo solo piccolo
punto, Dio creò e subito dopo dissipò il Nulla. Da lì, creò l'Esistenza
e il Vuoto. Dio decise di chiamare questo piccolo punto “Universo” e lo
esplose in una miriade di stelle che popolarono il vuoto. Da allora mai
hanno cessato di brillare dall'alto del firmamento celeste.

Poi
Dio creò i due movimenti: le cose pesanti sarebbero andate verso il
basso e le cose leggere verso l'alto.Creò anche i quattro elementi. Il
più pesante era la terra. Poi venivano l'acqua, l'aria, e il fuoco. Li
dispose in ordine rispetto al loro peso. La terra fu così posta nel
centro. Fu coperta dall'acqua che a sua volta venne coperta dall'aria.
Infine, il più leggero degli elementi, il fuoco, coprì il tutto.

Questa
sfera di materia Dio la chiamò "Mondo." Ora che il movimento era stato
creato, Dio iniziò a demolire l'ordine gerarchico degli elementi. Pose
il fuoco nel centro della terra e l'acqua nel cielo, al di sopra
dell'aria. Gli elementi si mossero, alternando ordine e disordine,
cercando sistematicamente di trasformare il disordine in ordine. Dio fu
compiaciuto nel vedere come la Sua creazione obbediva all'ordine
gerarchico della loro gravità.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:10

La Creazione II: La vita


Dio era perfetto; La sua creazione era imperfetta. Era consapevole di ciò; la sua creazione non pensava. Era Lui a decidere quello che doveva fare; la Sua creazione si era solo adattata a quello che era il Suo volere. Lui era capace di creare; La sua creazione faceva solamente quello che era necessario per sopravvivere. Lui volle amare la Sua creazione e volle che essa amasse Lui; la sua creazione era incapace di amare.

Dio quindi riunì tutto l'amore che aveva in Lui e lo trasformò in spirito che non poteva essere toccato o visto, o avvertito, o assaggiato, o sentito, poiché era differente dalla materia. Lo spirito conteneva l'Intelligenza, costituita dalla ragione e dai sentimenti. Dio vi mise tutto di se stesso: la capacità di scegliere e percepire. L'Altissimo associò la materia con lo spirito, cosicchè potessero esistere in armonia col mondo, e chiamò tutto ciò “Vita.”

Ma la vita era imperfetta. Anche se creata da Dio e composta di Lui, non era completamente Lui. La sua capacità di scegliere era parziale, perché la sua conoscenza e le sue capacità non erano illimitate. La sua capacità di percepire fu troncata, perché costituita da materia, neutra ed impersonale. Ma Dio volle amare la vita, e volle che la vita lo amasse di rimando.

Affinchè Dio e la vita si potessero amare l'un l'altro, era necessario che la seconda si sforzasse continuamente di avvicinarsi alla perfezione divina. Poichè la vita non era capace di uguagliare questa perfezione, l'Altissimo creò il terzo movimento: le cose più alte sarebbero andate verso Dio. Così, la materia della quale era composta la vita, essendo una cosa pesante, fu posata sul mondo, perchè andò verso il basso. Ma, poichè la vita era composta anche di spirito, che era una cosa più alta, essa avrebbe teso alla perfezione divina.

E sul mondo, la vita prese una moltitudine di forme, dalle più piccole alle più grandi. Le piante si riempirono della luce di stelle, mentre coprivano il mondo con un strato di fogliame. Gli animali erravano o volavano tra le piante. Mentre Dio sembrava immobile, la vita sembrava essere in incessante movimento. Effettivamente, Dio, essendo eterno, non era soggetto a questo bisogno perpetuo di mobilità, al contrario della vita che deve essere incessantemente in attività. Lui sembrava così essere immobile. Ma era questo continuo movimento che a Dio piacque su tutto il resto mentre osservava la Sua creazione.

Ma Dio non aveva concepito il movimento della vita come una forza infinita e, affinchè potesse continuare, era necessario che l'animale mangiasse la pianta, che il predatore divorasse la preda, e che i cadaveri degli animali si decomponessero per dare nutrimento alle piante. Così, la morte diventò parte integrante della vita. Ma, affinchè la morte non distruggesse le Sue creature, Dio divise ogni specie in due forme complementari che furono chiamate maschile e femminile. Entrambi erano uguali e si sarebbero dovuti cercare per unirsi, così da perpetuare la vita.

Così, Dio creò il tempo, quando la morte segue la vita, ed il discendente segue i suoi genitori. Nello stesso modo, l'acqua raggiunse il cielo per tornare sulla terra ed alimentare i fiumi, e il fuoco uscì dai vulcani per nutrire la terra che custodiva fuoco al suo centro. Il mondo intero era chiaramente in un moto perpetuo della vita, mentre Dio appariva immobile, non essendo soggetto alle costrizioni del tempo.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:11

La Creazione III: Le creature


Un
gruppo di creature che faceva parte della vita, decise di attraversare
il mondo per scoprire le altre specie, sia animali che vegetali. Tutti
presero i loro averi sulle loro schiene e traversarono il mondo,
guidati dalla sete di scoperta che li aveva convinti a prendere questa
decisione.

In questa maniera, loro osservarono il mondo.
Scalarono colline verdi e montagne gigantesche. Attraversarono burroni,
bevvero nei fiumi, e si riposarono in prati. Assaggiarono tutto ciò che
la vita aveva da offrire, inoltre, di bello e di sereno. Così,
gustarono miele e frutti. Furono inebriati dal profumo dei fiori.
Ammirarono le aurore boreali e gli arcobaleni.

Dio, nella sua
infinita perfezione, aveva creato la vita in modo meraviglioso, una
delizia per coloro che sapevano gustarsela. Ma non tutte le creature
apprezzarono col giusto valore questo dono. Così, il piccolo gruppo si
sorprendeva ogni volta che incontrava una specie nuova. Ciascun gruppo
di tali specie era dotato di talenti che li rendeva unici. Così, il
piccolo gruppo potè ammirare come Dio aveva dotato la vita di una
varietà infinita di ricchezza. Ogni specie nuova che scoprivano era
un'occasione per loro per ammirare nuovamente le caratteristiche di
ogni creazione.

Così, incontrarono mucche, mentre pascolando
placidamente sull'erba, dando latte ai loro vitelli. Successivamente,
passarono vicini ad una pianura coperta di grano, che ondulava sotto la
brezza, ed attraversarono il percorso di molte pecore, soffici e
bianche, che li osservavano pacificamente. Continuando a camminare per
il mondo, sentirono le canzoni allegre degli uccelli. Alzando gli occhi
al cielo, li osservarono volare in cerchio sotto le soffici nuvole
color panna, mentre l'astro solare illuminava il cielo azzurro.

Si
fermarono ad assaggiare le gustose verdure, che gareggiavano nella
forma, nel profumo, e nel sapore. Durante il loro pasto, sentivano il
galoppare di molti cavalli le cui criniere ondeggiavano al vento.
Successivamente raggiunsero un lago e scoprirono i pesci mentre
giocavano ad inseguirsi l'un l'altro nell'acqua. Non lontano dalla riva
aveva messo radici una foresta di gigantesche querce i cui rami distesi
erano come una cupola gigantesca di foglie verdi.

Successivamente
giunsero in un campo di mais, con le sue pannocchie nutrite dal sole.
Dei maiali erano là, e se ne nutrivano. Ma tutte queste creature non
sorpresero il piccolo gruppo solo per la varietà delle loro nature, ma
lo sconcertarono maggiormente per il loro aspetto così comune.

Effettivamente,
tutte le creature avevano in comune il pensiero di essere la specie
preferita da Dio. Ognuno proponeva il proprio talento speciale come la
ragione per il loro speciale favore. Le mucche lodavano la loro
numerosa discendenza, le pecore la loro lana, gli uccelli le loro ali,
i cavalli la loro velocità, i pesci il loro possesso dei mari, la
maggior parte del mondo, le querce la loro longevità ineguagliabile, il
mais, i frutti e le verdure i i loro vari gusti e profumi, i maiali la
loro forza…
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:11

La Creazione IV: Il dubbio

Il
piccolo gruppo decise di fermarsi per un momento. Si accamparono su una
verde collina, dove crescevano fiori bellissimi, dove le api si
recavano a far scorta di nettare. Una brezza leggera soffiava, curvando
leggermente l'erba. Gli uccelli cantavano. Le stelle già cominciavano
ad illuminare le creature quando loro, togliendosi di dosso le loro
cose, si sedettero in cerchio. L'umore di ognuno di essi era cupo,
poichè si ponevano tutti la stessa domanda.

Ognuna delle tante
specie che avevano incontrato possedeva un particolare talento. Le
mucche, creature che brucavano placidamente erba avevano una numerosa
famiglia. Le pecore possedevano lana soffice e abbondante. Le ali degli
uccelli erano usate per attraversare il mondo volando. I cavalli,
animali nobili ed impetuosi, galoppavano alla velocità del fulmine. I
pesci erano i padroni degli immensi oceani. I maiali erano forti e
feroci.

Anche le piante erano dotate di talenti unici. Le
querce erano dotate di una longevità che poteva rivaleggiare solamente
con la loro grande taglia. Il grano si moltiplicava in modo
incredibile, coprendo larghi territori. Il mais aveva le sue
pannocchie, piene di vita. I frutti avevano un gusto dolce e delizioso
ed le verdure i loro profumi appetitosi. Ed il piccolo gruppo di
creature si interrogò. Perché la loro specie non aveva un particolare
talento?

Certo, le creature del piccolo gruppo avevano mani,
ma la loro forza non uguagliava quella del maiale. Certo, avevano
gambe, ma queste non li portavano così lontano come agli uccelli o così
rapidamente come ai cavalli. Certo, potevano procreare, ma non così
rapidamente come le mucche o il grano. Certo, qualcuno di loro era
peloso, ma questo era un conforto piuttosto piccolo comparato con
l'abbondante lana della pecora.

Certo, erano colmi di vita e
salute, ma molto meno del mais, dei frutti e delle verdure. E non
osarono neanche compararsi con la longevità e la taglia delle querce.
Tutte queste creature, animali e vegetali avevano argomenti seri per
credere, come in effetti credevano, di essere le preferite da Dio. I
loro talenti erano unici. Così, il piccolo gruppo tentò di scoprire un
talento che era specifico della loro specie.

La loro specie
poteva stare eretta. Ma che vantaggio poteva dar loro? "Nessuno",
risposero insieme tutti i membri del gruppo. Utilizzavano le loro mani
per costruire attrezzi, ma bastava ciò per compensare la mancanza di
artigli o di altri adattamenti fisici? I loro stomaci erano così deboli
che erano costretti a cucinare la carne per poterla mangiare. E la loro
vista non era così potente, paragonata a quella dei gatti o dei gufi,
così che avevano bisogno di illuminare l'oscurità per poter vedere. La
loro pelliccia non era molto spessa, e ciò li costringeva a cercare
riparo quando cadeva pioggia, neve o grandine, o quando soffiava forte
il vento.

Essendo giunti a queste disastrose conclusioni, le
creature del piccolo gruppo cominciarono a piangere. Si convinsero che
Dio provava antipatia per la loro specie, che Lui li disprezzava, che
loro erano la feccia della Sua creazione. Un silenzio pesante calò tra
loro, e tutti cominciarono a guardarsi l'un l'altro, ognuno cercando
nello sguardo degli altri una risposta alle sue domande. Ma questi
sguardi non portarono risposta, trasudavano soltanto lacrime.

Ma
uno di loro era rimasto separato dal gruppo. Guardava verso le stelle.
Tutti i membri del gruppo lo trascuravano, considerandolo come debole
in spirito. Lui rispondeva spesso loro "Beati i poveri in spirito… " ma
non sapeva cosa aggiungere a questa risposta. Tra tutti loro, lui era
,comunque, il solo a chiedersi cosa desiderasse Dio, invece di lagnarsi
del suo destino. Quest'uomo si chiamava Oane.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:11

La Creazione V: La riunione

Dio
guardò il piccolo gruppo di creature che stavano piangendo, e si
commosse. Si sentivano abbandonati da Lui, perché loro non erano dotati
di talenti unici. Erano arrivati anche a credere che Lui li odiasse,
mentre Lui amava ognuna delle Sue creazioni con un amore perfetto.Esse
appartenevano a Lui, ed odiarle sarebbe stato odiare una parte di Lui.
Lui aveva creato l'universo, il mondo, ed ogni forma di vita per
amarli, e Lui lo faceva.

Con questo amore, Dio aveva dotato
ogni specie di creature di talenti cosìcche loro potessero trovare il
loro luogo speciale nella Sua creazione. Ma questo regalo splendido
rimaneva invisibile agli occhi di questo piccolo gruppo di creature.
Questi umani di cui era composto il gruppo erano rosi dal dubbio,
rimanendo ciechi al Suo amore. Le loro lacrime erano sincere ma
ingiuste. Loro chiedevano solamente di essere amati di Lui, ma non
vedevano che Lui già li amava.

Le altre specie erano già
consapevoli dei loro regali, ma non ne capivano la ragione. Tutte
pensavano di essere le uniche ad essere così ricompensate. Alcune
pensavano che solamente la forza ed il potere erano regali di Dio.
Altri fecero lo stesso errore con la velocità, la numerosa progenie, la
longevità, la lana, la capacità di volare o il territorio che era stato
loro riservato da Lui. Si consideravano dunque le uniche favorite da
Lui e si credevano le preferite da Lui.

Ma quest'uomo chiamato
Oane portava in lui il germe del talento che Dio aveva dato all'uomo.
Gradualmente, prese coscienza del vero amore che Dio offriva alla Sua
creazione. Lui cominciò a capire che ogni componente della creazione
era amato da Dio, ma non sapeva ancora il perché. Quindi passava il suo
tempo a guardare le stelle, sperando di trovarvi l'Altissimo, ma lui
non sapeva nulla dell'onnipresenza di Dio.

Allora, Dio decise
che era giunto il tempo di offrire la verità posta nell'universo alla
specie in cui si trovava la sola creatura in grado di comprendere
l'amore, l'unico vero significato della vita. Pensò che le Sue creature
avrebbero dovuto provare l'amore che loro avevano per Lui. Per fare
ciò, Lui decise di riunire insieme tutte le creature del mondo in un
solo luogo e chiedere loro che cosa fosse la vita. Cosa avrebbe fatto
di loro, sarebbe dipeso dalle loro risposte.

Allora, con il
solo pensiero di Dio, tutte le creature del mondo intero furono a
conoscenza della convocazione divina. Senza aspettare, si misero in
viaggio. C'era una gigantesca pianura verdeggiante in un continente
verdeggiante. Era là che il mondo intero stava per incontrarsi per
ascoltare la domanda divina. Era là che il destino dell'universo stava
per essere deciso.

Occorsero molti anni per mettere insieme
così tante creature. Non tutti sopravvissero a questo viaggio lungo, ma
nessuno ebbe mai intenzione di tornare indietro. Dio aveva infuso in
loro il desiderio irrefrenabile di far parte della grande assemblea di
tutta la creazione. Attraversarono i mari, le montagne, i ghiacciai, i
deserti ardenti e molti altri luoghi impervi. Tuttavia continuarono a
vivere, morire, mangiare e procreare, ma tutto ciò senza mai
interrompere l'avanzata.

E finalmente venne il giorno fatidico in cui tutte le creazioni furono insieme.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:13

La Creazione VI: La domanda

Fu la più grande concentrazione di creature che avesse mai avuto luogo.

Erano molti miliardi ad essersi riuniti nella stessa gigantesca pianura . Ammassati senza la minima animosità. I lupi aspettavano accanto alle pecore, i cani accanto ai gatti, le aquile accanto ai topi ed i leoni accanto alle gazzelle. Vi si vedevano anche le piante. Così, querce, abeti, pioppi, ulivi, meli, palme da dattero ed altri alberi formavano la foresta più gigantesca che vi fosse mai stata. Anche i fiori, le verdure, i frutti, il grano ed il mais erano presenti. La pianura gigantesca era un vero santuario per tutta la vita, poiché attendevano tutti pazientemente che Dio giungesse per porre loro la domanda.

Allora rimbombò il tuono, le nuvole si allontanarono ed una luce tenue provenne da quello spazio sgombro nel cielo. Fra le creature scese un grande silenzio. Dal lucore celeste, una voce grave, penetrante, ma morbida e serena si fece sentire. Allora, la voce disse: "Ascoltatemi, voi che Io ho concepito, poiché sono il vostro Dio. Senza me, non esistereste, ed a me, dovete fedeltà."

Dio aggiunse: "Numerosi fra voi si considerano i Miei preferiti, ma mai fino ad ora ho dato la mia preferenza a una qualunque creatura. Allora, è giunto il momento che Io cambi. È giunto Il momento che faccia una scelta fra le mie creature. È giunto il momento che chiami una specie fra voi i "miei figli". Per fare questa scelta, vi porrò un’unica domanda."

Dio dunque chiese loro: "Vivete grazie a Me, poiché sono il vostro creatore. Vi cibate, vi riproducete, voi educate la vostra progenie. Ma non sapete perché vivete. Secondo voi, quale senso ho dato alla vita?".

La maggior parte delle creature non sapeva cosa rispondere. Si osservavano reciprocamente, sperando di trovare nei loro vicini la risposta a questa domanda piuttosto strana. Si poteva osservare un pesce imbambolato, che non sapeva cosa dire, un cavallo sfregare il suolo con i suoi zoccoli, una quercia curvarsi, cercando disperatamente la risposta nelle sue radici, ed anche una colomba che si grattava la testa in segno di riflessione.

Ma una fra loro avanzò. Sembrava sicura di essa e della sua risposta. Tutte le altre specie gli aprirono il passaggio e, presto, uno spazio si liberò attorno ad essa. Alzò gli occhi verso Dio, ma il suo sguardo era pieno di boria. Rispose: "Hai fatto le creature animate dalla necessità di nutrirsi. Hai fatto i forti capaci di divorare i deboli. Senza dubbio, si tratta dunque di garantire la sovranità del forte sul debole!".

Aggiunse: "Ho come prova il fatto che sono l'ultimo rappresentante della mia specie. Solo il più forte è sopravvissuto fra i miei! Se mi chiami il "Tuo figlio", saprò mostrarti chi, tre tutte le creature, deve dominare il mondo.”

Attese che Dio si congratulasse per la sua risposta, ma invano. Poiché non gli rispose.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:13

La Creazione VII: L'amore

Dio non rispose alla creatura che aveva fatto l’apologia della dominazione del forte sul debole.

Si
girò verso un gruppo di creature. Era precisamente quello che faceva
parte della razza umana e che aveva percorso il mondo. Dio sapeva che
questo gruppo si credeva respinto da Lui. Quest'umani pensavano di
essere privi di qualsiasi talento. Ritenevano di essere lo scarto della
creazione a causa della loro pretesa inferiorità. Ma, fra loro, l’umano
che portava il nome di Oane deteneva, senza esserne sicuro, la risposta
alla domanda posta dall’Altissimo.

Poiché Oane dubitava.
Osservava spesso le stelle, sperando di vedere Dio. Amava l’Altissimo
di un amore sincero, ma non sapeva se ciò era il vero senso della vita.
Voleva dare la sua risposta, ma era considerato debole di spirito dal
suo gruppo e nessuno voleva lasciarlo parlare. Ma Dio era onnipotente.
Aveva ascoltato il gruppo di umani compiangersi. Ma soprattutto, aveva
percepito l'amore ed il dubbio nel cuore di Oane.

Allora, dal
cielo, un raggio circondò Oane con un'aureola soffusa di luce. Tutte le
creature rimasero stupite, ammirando la luce morbida che circondava
l'umano. Si allontanarono allora, lasciandolo solo di fronte a Dio.
Contemplò il suo corpo illuminato con uno sguardo pieno di curiosità.
Quindi si girò verso i membri del suo gruppo. Per la prima volta nella
sua vita, poté vedere nel loro sguardo non del disprezzo ma del
rispetto.

E Dio gli chiese: "E tu, umano, non hai nulla da
rispondermi? Ho qui convocato tutta la mia creazione per trovare colui
che darà la risposta giusta alla mia domanda. Sei venuto e non hai
risposto. Perciò, ora, ti impongo di farlo!". Allora, Oane,
terrorizzato dal tono severo del suo creatore, alzò gli occhi verso Lui
e, con tono titubante, disse: "Ma, o Altissimo, non so se la mia
risposta è giusta...". E Dio gli ordinò: "Parla e te lo dirò!".

Allora,
Oane rispose: "Hai certamente fatto le Tue creature in modo che si
nutrano le une delle altre. Devono cacciare ed uccidere per nutrirsi.
Inoltre devono battersi per difendere la propria vita. Ma non ci sono
forti né deboli. Nessuno non abbassa né calpesta gli altri. Tutti siamo
collegati nella vita e siamo tutti Tuoi umili servi. Poiché sei il
nostro creatore."

"È per questo che hai dato dei talenti, uno
più bello dell’altro, alle Tue creature. Ciascuna di esse ha il suo
posto nella Tua creazione. Il suo talento permette a ciascuna di esse
di trovarlo. Pertanto, non ci sono creature preferite, oh Altissimo.
Siamo tutte egualmente amate da te e dobbiamo tutti amarti in cambio.
Poiché, senza Te, non esisteremmo. Ci hai creati mentre nulla Ti
costringeva e dobbiamo amarti per ringraziarti di questo gesto."

"Siamo
certamente collegati alla materia, certamente sottoposti alle sue
leggi, ma il nostro scopo è di tendere verso Te, lo Spirito Eterno e
Perfetto." Dunque, secondo me, il senso che hai dato alla vita è
l'amore." Allora Dio disse: "Umano, poiché sei il solo a avere compreso
ciò che era l'amore, faccio dei tuoi simili i miei figli. Così, sai che
il talento della vostra specie è la sua capacità di amarmi ed amare i
suoi simili. Le altre specie sanno solo amarsi."
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:13

La Creazione VIII: La decisione




Tutte le altre creature furono sorprese di questa decisione di Dio di fare degli umani i suoi figli. Non comprendevano ciò che era l'amore e non potevano concepire che l'Altissimo vi accordasse tanta importanza. Tutte si misero a sussurrare, sperando che una di esse spiegasse agli altri questa scelta divina.

Ma Dio diresse la sua voce verso le creature che non avevano potuto dare risposte. Disse loro: "Voi che non avete saputo risponderMi, voi che pretendevate di essere le Mie creature preferite. I vostri spiriti non saranno più cose superiori. Non tenderanno più verso Me. Poiché sarete d'ora in poi sottoposti all'uomo, la vostra natura sarà strettamente materiale, vi privo del linguaggio. Belerete, muggirete, grugnirete, fischierete, miagolerete o abbaierete fino alla fine dei tempi!".

Quindi, Dio volse la sua voce in direzione della creatura che aveva affermato la sovranità del forte sul debole. Gli disse: "Poiché sei così sicura della tua scelta, ti lascio l'occasione di provarlo. Conserverai il tuo spirito, ma il tuo corpo sarà fatto d'ombra. Così, vivrai, sola, accanto agli umani, fino a che ti libereranno dalla tua pena. Così, nessuno la vedrà e nessuno la nominerà, poiché io stesso ho deciso di non farlo."

Dio, poi, si rivolse verso Oane e gli disse: "Ho fatto della vostra specie i miei figli. Faccio ora dei vostri spiriti delle anime. Si differenziano degli spiriti delle altre specie poiché d'ora in poi resteranno le sole ad essere di natura superiore, a tendere verso la Mia perfezione divina. Così, divido il tempo in sette parti, chiamate "giorni", affinché ad ogni settimo giorno, tu e i tuoi vi riuniate per onorare vostro padre: Io."

"Ma bisogna ancora che, ogni giorno, tu e i tuoi facciate perpetuare la vostra specie. Ad eccezione di quella che non ho nominato, ho reso tutte le creature sottomesse a voi. Così, potrete nutrirvene, senza che esse si nutrano di voi. Questo potere di cui disponete, di nutrirvi delle altre specie, lo chiamo "lavoro". Ma, affinché non dimentichiate mai che questo potere è un Mio regalo, che vi ricompensa così della tua buona risposta, Oane, il lavoro sarà duro, difficile, stancante e faticoso. Ma non ti lamentare della sofferenza che provoca, poiché, in verità, è un bellissimo regalo che vi faccio.”

“Affinché sostituiate con nuove generazioni quelle la cui vita si conclude, vi faccio un regalo ancora più bello. Quest'amore che attendo da voi, vi permetto di provarlo anche verso voi, in coppia. L'amore ed il desiderio reciproci saranno le componenti di questa sensazione pura. La procreazione sarà il suo scopo. Ma solo l'amore che avrò benedetto potrà permettere l'atto carnale, affinché la vostra specie si perpetui nel Mio amore."

Allora, Dio creò due stelle sopra il mondo. Una, raggiante di luce, fu chiamato "sole". L'altra, che splende freddamente, venne definita "luna". Dio spiegò a Oane: "Che la vostra fedeltà sia quella dei figli verso i loro genitori o sarò severo come lo sono i genitori verso i loro figli. Poiché, quando ciascuno di voi morirà, lo giudicherò, in funzione della vita che ha condotto. Il sole inonderà ogni giorno il mondo della sua luce, come prova d'amore per la Mia creazione. Quelli, fra i tuoi, che vi manderò, vivranno un'eternità di beatitudine. Ma, ogni giorno, la luna gli darà il cambio. E coloro che, fra i tuoi, vi verranno gettati, là conosceranno soltanto il tormento."
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:14

La Preistoria I: Oanilonia



Gli uomini erano ormai i figli di Dio. Di conseguenza, essi erano ora dotati di un'anima e sarebbero stati giudicati alla fine dei tempi in funzione della loro pratica della virtù. Inoltre, essi erano ora votati a lavorare per assicurarsi il sostentamento. Le altre creature della creazione, esclusa quella a cui l'Altissimo non aveva dato un nome, erano loro sottomesse. Gli umani potevano quindi coltivarle e allevarle per cibarsene.

Dio non intervenne più nel mondo, permettendo ai Suoi figli di vivere e prosperare. Aveva offerto alla creatura a cui non aveva dato un nome la libertà di tentarli affinchè dovessero scegliere tra la via della virtù e quella del peccato. Essendo onnisciente, sapeva già quale sarebbe stato il loro avvenire, ma voleva che spettasse a loro dimostrare il loro valore, senza giudicarli in anticipo.

Oane, colui che aveva risposto correttamente a Dio, era ora passato dalla condizione di semplice in spirito della comunità a quella di guida della comunità stessa. Non si lamentava dell''incarico. Li condusse attraverso il mondo per trovare un luogo propizio al loro sviluppo. Attraversarono per anni deserti, montagne e pianure di tutto il mondo. Oane s'indeboliva nel corso di tale viaggio, ma non si arrese mai.

Alla fine venne il giorno in cui trovarono una valle propizia al loro insediamento. Vi era un lago che pareva abbondare di pesci. I vasti spazi erano propizi all'allevamento e all'agricoltura. Le foreste vicine avrebbero fornito legname. Vi era persino un frutteto in cui crescevano numerosi alberi da frutto. La valle si trovava ai piedi di una montagna, da cui minerali come oro, il ferro o il carbone potevano essere estratti.

Oane era felice che la sua ricerca fosse infine giunta al termine. Stava ammirando la distesa con lo sguardo quando cadde in terra. Tutti si raccolsero intorno a lui per aiutarlo. Qualcuno tentò di tenerlo in posizione seduta, ma a tutti era chiaro che era giunto agli ultimi istanti della sua vita. Ma, nonostante la tragicità dell'evento, mentre tutti erano attoniti, Oane sfoggiava un sorriso pieno di serenità.

Disse: "Non abbiate paura, poiché la mia morte è solo un passaggio per unirmi a Dio. Ho raggiunto il luogo che Dio mi ha assegnato nel mondo e ho compiuto quello che si aspettava da me. La morte non è per me la perdita della vita ma il passaggio verso un'altra di gran lunga migliore. Sarà così anche per voi se saprete vivere nella virtù. Dunque le vostre lacrime non siano di tristezza ma di gioia, poiché l'Altissimo mi fa il più bello dei regali. AmateLo e Lui vi amerà. AdorateLo e Lui vi benedirà. Vivete nella virtù e Lui vi accoglierà al Suo fianco."

Quindi esalò il suo ultimo respiro. E tutti si guardarono l'un l'altro, senza capire la serenità che ancora si mostrava sul viso della loro guida. Seppellirono il suo corpo in mezzo alla valle, dove avrebbero vissuto a partire da quel momento. Fecero un giuramento: ogni settimana si sarebbero riuniti intorno alla sua tomba, perché li accompagnasse e li guidasse quando avrebbero reso omaggio a Dio.

Ma nessuno comprese come l'amore che Oane provava per Dio potesse fargli accettare la morte con tanta serenità. Nessuno voleva tuttavia fargli la minima critica, a lui che tanto aveva fatto per loro. In omaggio alla sua vita al servizio degli uomini e di Dio, decisero di chiamare la città che avrebbero costruito Oanilonia, "la città di Oane".
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:14

La Preistoria II: Il lavoro

Col
lavoro svolto dal tempo, gli uomini e le donne divennero sempre più
numerosi, conservando il loro amore per Dio e scacciando nell’ombra la
Creatura senza nome. Quest’ultima alimentava ogni giorno di più la sua
amarezza e la sua collera verso quel popolo tanto amato da Dio, che le
aveva tolto il ruolo di regina della Creazione. Gli uomini e le donne
vivevano spensierati, mentre nell’ombra il loro nemico preparava la sua
vendetta.

Dio aveva ordinato agli uomini e alle donne di
lavorare per assicurarsi il sostentamento. Questo duro lavoro li
allontanava così dall’accidia. E gli uomini e le donne sapevano essere
inventivi, poiché Dio li aveva concepiti così. Raccoglievano quello che
Lui aveva messo per loro nella natura. Si misero a controllare tali
risorse per assicurarsi il loro sostentamento e la loro vita non poté
risultare che migliore.

Presero il grano che cresceva in
natura e lo coltivarono nei loro campi. Il mugnaio trasformò il grano
in farina nel suo mulino. Il panettiere la cosse nel suo forno per fare
il pane. Presero il mais che cresceva in natura e lo coltivarono nei
loro campi. Presero le verdure che crescevano in natura e le
coltivarono nei loro orti. Colsero i frutti che si trovavano su certi
alberi e poterono così nutrirsene. Il piacere fornito dalle verdure e
dai frutti li rendeva più piacevoli da frequentare.

Pescarono
il pesce dal mare, dai fiumi e dai laghi. E la loro intelligenza fu
accresciuta. Inventarono la barca e i pesci divennero ancora più
numerosi nelle loro mani. Talvolta, qualcuno di loro si svegliava una
mattina sotto a una barca. Allora pregavano Dio per quel regalo.
Allevarono mucche, maiali e pecore nei loro pascoli, avendo cura di
queste creature che Dio aveva affidato loro. Le nutrirono e queste
creature divennero più grasse.

Il macellaio preparò la carne a
partire dalle carcasse di queste creature. A tal scopo, inventarono il
coltello, strumento che permetteva di separare le diverse carni tra
loro. La carne che ne ricavarono li nutriva, ma soprattutto si
sentivano più forti dopo averla mangiata. Dalle mucche presero anche il
latte, dolce e incomparabile nettare.

Tosarono le pecore e ne
ricavarono la lana. Conservarono le pelli per trasformarle in cuoio. Il
tessitore cucì la lana e il cuoio per realizzare vestiti, che li
proteggevano dal vento e garantivano la decenza del loro apparire. Dato
che la natura dava loro accesso a tutto quello che potevano desiderare,
dovettero inventare le botti, dove poterono immagazzinare i frutti del
loro lavoro.

Per proteggersi quando le porte del cielo si
aprivano, crearono le case e vi abitarono. Le arredarono con letti,
candele, tavoli, sedie… e tutto quello che poteva rendere la loro vita
più comoda. Perciò il minatore estrasse la pietra e il ferro nelle
miniere. E il boscaiolo tagliò il legno degli alberi. Per facilitare
tale lavoro, il fabbro modellò il ferro e il legno per forgiare
utensili come le asce o i coltelli.

Talvolta, Dio contribuiva
a quest’età dell’oro offrendo cibo a coloro che sapevano amare il
mondo; essi non erano così obbligati a produrlo. Talvolta, inoltre, li
incoraggiava rendendoli temporaneamente più forti, più intelligenti o
più carismatici. E la domenica, prima del pranzo, si riunivano al
centro del loro villaggio, intorno alla tomba di Oane, per pregare
insieme Colui che li amava a tal punto. Infatti, non avevano ancora
chierici, poiché non ne avevano ancora necessità, visto che erano in
comunione diretta con Dio.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:15

La Preistoria III: L'accidia

La società degli uomini e delle donne era bella e raffinata.

Così,
impararono a produrre il vino a partire dall’uva, dopo lunghi anni
passati a tentare di afferrare le sottigliezze dell’affinamento di tale
bevanda. Scoprirono inoltre come produrre la birra a partire dall’orzo
e dal luppolo. A tal scopo, inventarono forni di una grandezza
impressionante. Dovettero imparare a lavorare di comune accordo per
arrivare a questi risultati. Ma nessuno metteva in dubbio il fatto che
ne valesse la pena.

Inoltre, le arti e le scienze furono
allora concepite per innalzarli ancora di più verso Dio. Impararono a
comporre musica, i canti divenivano sempre più belli e gli strumenti
che li accompagnavano sempre meglio realizzati. Scoprirono le piante
che guarivano le piaghe e le malattie, in modo che la loro salute
permettesse loro di glorificare l’Altissimo per più tempo. Inventarono
la scrittura, che permise loro di conservare tutto il loro sapere per
le generazioni future.

Dio era soddisfatto. I Suoi figli si
elevavano spiritualmente nel luogo che Lui aveva dato loro. Ma sapeva
che questa bella primavera avrebbe presto visto i fiori della virtù
appassire. Poiché la Creatura Senza Nome covava ancora la sua rabbia e
la sua collera. Acquattata nell’ombra, aspettava il momento propizio
per dimostrare all’Altissimo che la risposta che Oane gli aveva dato
non era quella giusta. Persisteva nell’errore, negando la forza
dell’amore e ostinandosi a concepire la dominazione del forte sul
debole come il senso della vita.

Ma tutte le invenzioni che
gli umani avevano creato rendevano meno pesante la loro fatica. Avevano
sempre meno lavoro da fare e sempre più frutti da raccogliere. Mentre
prima impiegavano un mese per raccogliere il grano, ora impiegavano
ormai solo il terzo del tempo. Mentre prima pescavano solo un pesce
ogni due giorni, ne avevano ormai uno, a volte due, al giorno. Mentre
prima dovevano lavorare ogni giorno per coltivare le verdure, ora non
gli restava altro da fare che raccoglierle.

E la più
importante delle scienze non esisteva ancora. La teologia era
sconosciuta a questi umani. Non essendoci chierici, non c’era ancora
nessuno che si potesse consacrare interamente a Dio. Non essendoci
testi sacri, non c’era nulla da studiare. La fede umana era rozza, per
il fatto che non vi erano ancora intermediari. Ma questa apparente
purezza del loro amore verso Dio era proprio ciò che li avrebbe
condotti alla loro rovina.

Gli umani si lasciarono inebriare
dal piacere della loro vita. Essa sembrava loro così dolce e piacevole
che non vedevano più alcun interesse a consacrare la loro vita al
lavoro. Ogni piacere dava loro l’occasione di trascurare la loro
fatica. Amavano il mondo, ma l’amavano per se stesso, e non perché Dio,
amandoli, gliel’aveva dato. Si scostavano poco a poco dall’amore di
Dio.

Il primo peccato fu così involontariamente scoperto dagli
umani. Più tardi, fu chiamato accidia. Consisteva nello scostarsi
dall’amore divino, ad abbandonarsi alla vita materiale trascurando la
vita spirituale, a preoccuparsi dell’istante senza tenere a mente ciò
per cui Dio ci aveva concepiti. Avrebbe condotto ad altri peccati,
portando quindi gli umani alla loro rovina. Raggiunse il suo apice
quando la domenica non fu più dedicata alla preghiera, ma all’ozio.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:15

La Preistoria IV: I peccati

Gli umani avevano scoperto
l’accidia. Avevano disdegnato l’amore di Dio, preferendogli le cose
materiali che Lui aveva creato. Avevano preso gusto a una parte del
divino, dimenticando che bisognava amarne la totalità. Non c’era più
Oane a guidarli, lui che era stato il solo a capire in cosa consisteva
l’amore dell’Altissimo. Ora soli, privati della loro guida, gli umani
non sapevano più distinguere la virtù dall’errore.

Alcuni di
loro cominciarono allora a mangiare più di quello che richiedesse la
loro fame, provando un piacere che aumentava senza sosta. Il gusto
dolce della frutta, il calore della carne e l’ebbrezza dell’alcol
presero piede sui semplici piaceri della vita. Non vi era più il minimo
posto nei loro piaceri per il soave profumo dei fiori, né per la
bellezza dei paesaggi. Arrivarono a tal punto che persino i pur
numerosi frutti della loro fatica non erano più sufficienti a colmare i
loro desideri.

Fu allora che l’avidità spezzò i legami che
univano gli uomini e le donne. Ognuno teneva per sé i frutti della sua
fatica e si rifiutava di condividerli. Il forte produceva di più,
mangiava di più, beveva di più, e diventava ancora più forte. Il debole
produceva di meno, mangiava di meno, beveva di meno, e si indeboliva.
La comunità degli uomini e delle donne si divideva a causa del loro
gusto smodato per le cose materiali, che li condusse all’avarizia.

Allora,
l’uomo e la donna divennero superbi. Il forte cominciò a disprezzare il
debole, che non poteva nutrirsi quanto voleva. Al pari della Creatura
Senza Nome, essi pensavano ora che il ruolo dei forti fosse quello di
dominare i deboli. Quella vide quindi che era giunta l’ora della sua
vendetta. Si mosse nell’ombra e si avvicinò allora a quelli che erano
così disprezzati, dato che non avevano più i mezzi sufficienti per
nutrirsi. Chiese loro:” Perché vi lasciate trattare così, perché non
invertire i ruoli?”

E il debole cominciò a invidiare il forte.
Il forte, soddisfatto della sua condizione, non faceva caso al debole
che si chiedeva perché fosse molto meno fortunato di lui. La Creatura
Senza Nome esultava di gioia, poiché sentiva che l’ora della sua gloria
stava arrivando. Sussurrò all’orecchio del debole e accese la sua
invidia. La collera esplose nel cuore del debole, che si rivoltava
interiormente contro tale ingiustizia. Quella gli chiese perché
conservasse quel sentimento nel suo animo e non gli permettesse di
esprimersi.

Allora, l’uomo e la donna colpirono i loro
fratelli e le loro sorelle. Brandendo il coltello e l’ascia, ognuno
colpì l’altro in una tempesta di violenza e distruzione. Avevano così
inventato la guerra, che raggiunse il suo punto massimo quando ognuno
cominciò a bruciare la casa e devastare i campi dell’altro. La Creatura
Senza Nome si avvicinò di nuovo a quelli che l’ascoltavano e disse loro
che, da allora, la violenza e l’odio avrebbero permesso loro di
dominare il prossimo.

L’uomo prese allora la donna e la donna
prese l’uomo. Il forte abusò del debole e il debole subì il forte.
Tutti si unirono in un’orgia bestiale di stupro e violenza. I loro
corpi, nella mischia, riflettevano le fiamme delle case che bruciavano.
I cibi erano divorati, le bevande inghiottite. Le parole suadenti
incoraggiavano i gesti indecenti. Una vera e propria orgia dissoluta
stava avendo luogo. E non ci fu più spazio per l’amore di Dio.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:16

La Preistoria V: Il re del peccato


Questa situazione durò per intere settimane e interi mesi. La dissolutezza degli umani non aveva più limiti. Allora, più nessuno aveva la minima intenzione di lavorare. La violenza e lo stupro erano il loro pane quotidiano. I granai furono devastati e tutti si batterono per recuperare il maggior numero di provviste. Non volevano far altro ormai che abbandonarsi al loro eccesso per le cose materiali.

Tutti diffidavano gli uni degli altri. Il minimo pretesto era buono per ricominciare la loro ode alla violenza. Quando uno di loro, spinto dall’avidità, invidiava i cibi che possedeva l’altro e tentava di rubarglieli, l’altro, spinto dall’avarizia, rispondeva con la violenza. Più nessuno si parlava senza minacciarsi o insultarsi.

Gli uomini e le donne non guardarono più verso le stelle. Il peccato aveva preso il controllo della loro vita. Avevano dimenticato persino l’esistenza di Dio. E non provavano più amore per Lui. Ormai amavano solo i malsani piaceri del peccato. Senza Oane che gliela ricordasse, la virtù fu dimenticata e il vizio fu innalzato sul piedistallo della loro vita esecrabile.

Il loro unico interlocutore era la creatura a cui Dio non aveva dato un nome. Essa esultava di felicità, poiché pensava di aver finalmente dimostrato all’Altissimo che era la sua risposta quella corretta, mentre quella di Oane era errata. Secondo lei, il forte doveva dominare il debole e il debole sottomettersi al forte. Essa negava la forza dell’amore come senso della vita e odiava Oane per la purezza della sua fede.

Fu la sola a ricordarsi che era stato sepolto al centro della città. Per sfidarlo, andò sulla sua tomba e ne fece cadere la lapide. Dissotterrò il cadavere di Oane e ballò tutta la notte, calpestando il suo corpo e cantando di gioia per aver distrutto la sua opera. Tutt’intorno a lei, la città era in fiamme, mentre gli umani si picchiavano, si violentavano, si uccidevano e si torturavano l’un l’altro. Sembrava fosse giunta l’ora del trionfo per la creatura a cui Dio non aveva dato un nome.

Essa andò a recuperare nelle miniere tutto ciò di cui aveva bisogno per forgiarsi la corona di regina della Creazione. Questa era composta d’oro, d’argento, di diamanti, di rubini, di smeraldi e di quanto di più prezioso si potesse trovare al mondo. Il suo peso testimoniava i sentimenti d’orgoglio e di odio verso gli uomini e le donne, che la Creatura a cui Dio non aveva dato un nome aveva sviluppato. E quest’ultima era la sola a levare lo sguardo al cielo, ma lo faceva per mostrare il suo sorriso trionfale verso Colui dal quale stava aspettando l’ammissione della sconfitta.

Allora, Dio volle dare una bella lezione agli umani, che lo avevano tradito. Il cielo sopra la comunità si fece nero e i venti soffiarono con forza. Disse loro: “Io vi ho dato il mio amore e voi gli avete voltato le spalle, preferendo ascoltare le parole della creatura a cui non ho dato un nome. Avete preferito abbandonarvi ai piaceri materiali invece di rendermi grazie.”

E aggiunse: “Ho creato per voi un luogo chiamato Inferno, che ho posto sulla luna, in cui i peggiori tra voi conosceranno un’eternità di tormenti per punirli dei loro peccati. Tra sette giorni, la vostra città sarà inghiottita dalle fiamme. E coloro che vi saranno rimasti trascorreranno l’eternità all’inferno. Tuttavia sono magnanimo, e quelli tra voi che sapranno pentirsi trascorreranno l’eternità sul sole, dove si trova il paradiso".
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:16

La Preistoria VI: La punizione

Gli umani si erano abbandonati
al peccato a tal punto che Dio aveva deciso di punirli. Ma la maggior
parte di loro non capiva in cosa avesse sbagliato, tanto era stato
grande il loro abbandono al vizio. Avevano preso talmente tanto gusto
ai piaceri della vita che tremavano all’idea di doverla lasciare.
Parecchi di loro decisero allora di fuggire da Oanilonia, la città
maledetta. Ma la Creatura Senza Nome trovò sette umani il cui gusto del
peccato era così spiccato che ciascuno di loro ne incarnava uno.

Asmodeo
si era abbandonato all’avidità, Azazele alla lussuria, Belial alla
superbia, Lucifero all’accidia, Belzebù all’avarizia, Leviatano all’ira
e Satana all’invidia. Seguendo i consigli della Creatura Senza Nome,
predicarono la ribellione contro Dio, affermando che solo la gelosia
aveva motivato la Sua decisione di punire gli umani. Aggiungevano
inoltre che Lui era debole e non sarebbe mai riuscito a mettere in atto
la Sua minaccia. Parecchi umani li ascoltavano con attenzione.

Tuttavia,
sette umani avevano capito l’errore che avevano commesso. I loro nomi
erano Gabriele, Giorgio, Michele, Uriele, Galadriella, Silfaele e
Raffaella. Predicarono l’umiltà, affermando che bisognava accettare la
punizione per lavarsi dei propri peccati. I discorsi di ciascuno di
loro testimoniavano le virtù che si erano messi a incarnare. Gabriele
faceva mostra di temperanza, Giorgio d’amicizia, Michele di giustizia,
Uriele di generosità, Galadriella di perseveranza, Silfaele di piacere
e Raffaella di convinzione. Solo un gruppo ristretto di umani era
sensibile alle loro parole, ma la purezza della fede in ciascuno di
loro valeva il vizio di cento peccatori.

Quei sei giorni
furono terribili: i lampi squarciavano il cielo e il tuono scuoteva
l’animo dei più deboli. Parecchi umani fuggirono allora dalla città.
Restavano solo i più vili, che ascoltavano le prediche delle sette
incarnazioni del peccato, e i più virtuosi, i quali, seguendo la guida
della sette incarnazioni della virtù, accettavano la punizione di Dio.
Persino la Creatura Senza Nome ebbe la prudenza di darsi alla fuga,
lasciando che i sette corrotti si lasciassero accecare dalla loro
stessa follia.

Il settimo giorno venne a chiudere la sentenza
divina in un cataclisma di proporzioni titaniche. Con un terremoto
assordante, il suolo si aprì sotto i piedi dei pochi che erano rimasti
in città. Fiamme alte come una cattedrale vennero a divorarli. Gli
edifici furono rasi al suolo, le pietre crollavano sui loro abitanti, e
le fiamme devastavano ogni cosa. In poco tempo tutta la città fu
inghiottita nelle viscere della terra, senza lasciare traccia alcuna
della sua esistenza.

Le sette incarnazioni del peccato furono
punite da Dio. Furono scaraventate sulla luna, vivendo da allora
un’eternità di sofferenze con il titolo di Principi dei demoni. Coloro
che li avevano ascoltati subirono la stessa terribile sorte, portando
da allora il titolo di demoni. Il loro amore del vizio e il loro odio
verso Dio non facevano che aumentare nel corso dei secoli, ed essi
provarono un sempre più malsano piacere nel ricoprire le loro cariche.
E il loro corpo, poco a poco, rispecchiò la nefandezza e la bestialità
della loro anima.

Ma Dio vide che i sette puri, così come i
loro discepoli, avevano dimostrato che gli umani erano capaci di
pentimento e umiltà. Li innalzò al sole ed essi furono benedetti da
un’eternità di felicità in Paradiso. I sette puri furono chiamati
arcangeli e i loro discepoli angeli. Essi dovevano assistere
l’Altissimo aiutando gli umani, ogni volta che si fosse reso
necessario, a combattere la tentazione della creatura a cui Dio non
aveva dato un nome.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:16

La Preistoria VII: L'esodo

Tutta la città di Oanilonia fu
dunque inghiottita nelle viscere del mondo, divorata dalle fiamme. Per
purificare quei luoghi, Dio sparse sale sulle tracce della città del
peccato, affinché più nessuna vita vi si insediasse e vi prosperasse.
La potenza del cataclisma divino ricoprì il cielo di polvere per molte
leghe circostanti. I diversi gruppi che erano scappati dalla città
raddoppiarono la loro velocità per sfuggire alla catastrofe,
lasciandosi dietro la loro vecchia vita. La maggior parte di loro
pianse per quella che gli sembrava un’ingiustizia. Avendo voltato le
spalle a Dio e al Suo amore, non potevano capire la Sua giusta
decisione divina.

Alcuni di loro giunsero al mare. Tagliarono
legna e fabbricarono barche. Impiegarono molto tempo per terminare
queste costruzioni. Infatti, avevano perso l’abitudine di lavorare e
facevano fatica a mettersi al lavoro. Passavano più tempo a oziare
sulla spiaggia che a cercarsi da mangiare o a costruire le loro navi.
Ma la minacciosa nuvola di polvere ricordava loro incessantemente che
dovevano darsi da fare. Poco a poco, ripresero il gusto della fatica e,
anche se non vivevano più nella virtù, le loro società corrotte non
conoscevano più la dissolutezza dei peccati che praticavano a
Oanilonia.

Quando le barche furono pronte, essi partirono alla
scoperta del mondo, attraversando i mari e attraccando su tutte le
coste che sembravano propizie. Altri gruppi di fuggitivi scapparono dal
cataclisma inoltrandosi ancora più all’interno delle terre.
Attraversarono diverse foreste, paludi, fiumi, valli, colline,
montagne, burroni, ghiacciai e pianure. Ogni volta che trovavano un
luogo propizio al loro insediamento, un gruppo vi si fermava e vi
fondava una città.

Così, poco a poco, popolarono tutto il
mondo, fondando villaggi in ogni posto in cui passavano. Ogni città
organizzò il suo sistema politico. Elessero dei capi, che gestivano le
risorse delle loro comunità. Questi nominarono delle guardie, perché le
leggi della città fossero rispettate. Al fine di finanziare tale
nascente gerarchia, estrassero oro e argento dalle miniere e li fusero
per farne delle monete. Queste facilitavano gli scambi all’interno di
ogni città.

Ma soprattutto, ciò permetteva loro di scambiare
mercanzia tra le diverse città. Tuttavia, tale commercio ne arricchiva
alcune mentre ne impoveriva altre. Le città erano sempre più in
concorrenza per il controllo delle risorse. Quello che non riuscivano
ad avere con il commercio, tentavano di ottenerlo con la forza. Così,
ogni città allestì un esercito, ingaggiando soldati, al fine di
combattere per arricchire la loro comunità e i suoi reggenti.

Allora,
Dio decise di permettere loro di imparare cosa fosse l’amicizia,
affinché mai più accadesse che un umano ne uccidesse un altro. Divise
l’unico linguaggio in una moltitudine di lingue. Gli umani, allora, non
riuscirono più a capirsi tra una città e l’altra. L’Altissimo permise
quindi loro di poter imparare le lingue che non conoscevano. Per questo
apprendimento, era necessario che ciascuno si aprisse alla cultura
dell’altro. Così, essi erano meno inclini al combattimento, dati gli
sforzi necessari per imparare le lingue di quelli che volevano
attaccare.
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:17

La Preistoria VIII: Il paganesimo

I gruppi di umani che erano
fuggiti da Oanilonia si erano dunque dispersi e avevano popolato il
mondo. I loro discendenti avevano costituito città, formato governi e
inventato il denaro, che permetteva il commercio. Ma avevano anche
inventato la guerra e, per incoraggiarli a conoscersi meglio invece di
combattere fra loro, Dio aveva diviso l’unico linguaggio in una
moltitudine di lingue.

Tra tutti questi umani si formò un
gruppo che cercava di capire la realtà divina. Ma questo gruppo era
ignorante di Dio al pari del resto dell’umanità. Gli umani non
provavano più l’amore divino, poiché si erano scostati da Lui.
Cercavano una spiegazione alla loro vita, quando invece la risposta era
già stata data loro. Ma non erano più in grado di ascoltarla e vi
restavano sordi.

Il gruppo decretò che in ciascuna cosa, in
ciascun elemento che circonda gli uomini e le donne, vi era uno spirito
la cui potenza era al di là di ogni comprensione. Questi spiriti
elementari possedevano poteri sovrumani. Erano dotati di varie
personalità e non mancavano mai di essere in competizione tra loro per
provare quale fosse il più forte. Si arrabbiavano spesso e non
esitavano mai a misurarsi l’un l’altro, servendosi di intermediari
umani.

Così, non avendo più Dio nel loro cuore, si erano
inventati un panteon di falsi dei. Dato che il cielo ricopre il mondo
ed è la sorgente della luce, fecero del dio del cielo il re delle loro
divinità. Il suo fulmine divenne presto celebre e tutti gli umani
impararono subito a temerlo. Dato che gli umani non conoscevano più la
virtù, gli dei che si erano inventati erano dissoluti quanto loro. Il
loro re divino poteva trasformarsi in nuvola dorata per praticare il
peccato di lussuria con le principesse.

Per onorare le loro
molteplici divinità, gli umani crearono chiese che erano loro dedicate
e le chiamarono “templi”. Loro stessi, ricoprendo l’uffizio di chierici
nel loro paganesimo, si nominarono “sacerdoti”. Invocavano l’aiuto dei
loro dei e, in cambio, sacrificavano loro degli animali. Mentre Dio
aveva insegnato a Oane che le molteplici creature del mondo, benché
sottomesse agli umani, dovevano essere rispettate, era col loro sangue
che i pagani riverivano le loro false divinità.

Ma non vi era
amore per i nuovi dei. Questi servivano solo a concedere favori in
cambio di sacrifici. Certo, quei pagani rispettavano le loro divinità,
ma lo facevano più per paura che per amore. Parecchie città si
raggrupparono in regni, capeggiati da re. Questi fecero appello ai
preti pagani perché le loro divinità venissero in loro aiuto, e i falsi
chierici credevano di poter leggere nelle viscere l’avvenire delle
città.

Ma rimaneva un vuoto nel cuore degli uomini e delle
donne. Mancava loro ciò per cui erano stati concepiti. Mancava loro
l’amore che Dio voleva dar loro e che Lui si aspettava in cambio.
Allora, Dio decise che era giunto il momento di farsi ricordare dalla
Sua Creazione. Trovò un bambino nella città che si chiamava Stagira e
gli insegnò la Sua Parola perché l’Uomo ritrovasse la via della virtù.
Questo bambino si chiamava Aristotele.
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sacred90

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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:17

L'eclissi I: La luna

La storia che sto per raccontarvi può sembrare sorprendente, ma, quando l’avrete letta, saprete che in essa vi è molta verità.

In
un giorno di bel tempo, andavo a passeggio con il mio cane lungo le
stradine ondulate tra i campi. Avevo appena mangiato e cercavo un
angolino confortevole dove riposarmi un po’. In questo pomeriggio di
maggio, il cielo era di un blu puro, vergine di qualsiasi nube. Gli
uccellini cantavano e il mio cane correva tra il grano, inseguendo dei
piccoli animali ben più rapidi di lui. Abbaiava con tutte le sue forze
durante il suo inseguimento perduto fin dal principio.

La
giornata sembrava bella, ma la presenza della luna nel cielo in pieno
giorno mi inquietava. Mentre il sole era il luogo destinato ad
accogliere i giusti dopo il loro giudizio, la luna era il futuro luogo
di supplizio dei peccatori. Il primo era chiamato Paradiso, mentre la
seconda era chiamata Inferno. L'avvicinamento di questi due astri
divini in pieno giorno non poteva che essere annunciatore di sciagure.

Mi
chinai per ammirare un piccolo fiore di campo, ma l’oscurità era tale
che non riuscivo più a distinguerlo. L’oscurità, mi dissi? Come poteva
esservi l’infima oscurità durante una così bella giornata, mentre il
sole era al suo apogeo? Levai gli occhi al cielo e fui preso
dall’orrore: la luna nascondeva ora il sole, impedendo alla divina
luce, fonte di vita, di rischiarare il mondo. Solo un sinistro alone
color del fuoco, che circondava l’astro della notte, testimoniava
ancora la presenza dell’astro del giorno.

Il mio cane smise di
abbaiare. Io mi dissi, per rassicurarmi, che non era altro che uno di
quegli avvenimenti cosmici di cui gli antichi avevano regolarmente
documentato la presenza, e che questo sarebbe terminato in breve tempo.
Ma non ne ero convinto. L’alone di fuoco dava a questa eclissi
un’atmosfera angosciante. Ma finì per scomparire quando la luna
completò la sua conquista del sole. Vi era un nero d’inchiostro. Anche
le stelle avevano deciso di eclissarsi. Fu allora che la luna decise di
contravvenire le regole della fisica.

La vidi colorarsi di
diverse tinte. Al centro di questo disco d’oscurità, delle macchie di
colori si muovevano, come degli uccelli volteggianti nel cielo.
Sembravano mostrare delle battaglie, mescolandosi le une alle altre,
poi separandosi bruscamente. La malva si gettava sul blu, che scansava
il turchese, mentre il verde fuggiva il rosso, esso stesso inseguito
dal giallo. Poi, le macchie calmarono i loro giochi. Io non potevo
distogliere gli occhi dalla luna, mentre vedevo i colori dividersi la
superficie dell’astro notturno, in un tutto infine ordinato.

Essi
restarono così per un’eternità, mentre il mio cane gemeva, nascosto nel
campo di grano. Poi le macchie di colori si levarono dalla luna, simili
a vetri colpiti da una balestra. Si sarebbero detti sei raggi di luce
che lacerarono il cielo in lunghi tratti. I colori si congiunsero in un
vero e proprio arcobaleno, che venne a cadere ai miei piedi. Avevo
davanti a me un ponte a strisce di diversi colori, il quale formava un
arco che copriva la distanza che mi separava dalla luna.

Io la
guardai ancora e vidi che il ponte di colori vi scendeva in una vera
cascata di luce bianca. Guardai poi ai miei piedi e vidi che essi erano
illuminati dalla stessa dolce luce lattiginosa. I sei raggi, divisi su
tutta la lunghezza del ponte, venivano a fondersi alle estremità in uno
stesso biancore.

Benché stretto da un’angoscia indescrivibile, decisi di posare il piede su questo arcobaleno lunare…
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:17

L'eclissi II: La nebbia

Camminai dunque su un ponte a strisce
di sei colori, con destinazione la luna, sotto un cielo d’inchiostro
senza alcuna stella. Il percorso mi sembrava durare un’eternità. Ma,
mentre cominciavo a disperare per la distanza che mi restava da
percorrere, persi l’equilibrio. Infatti, le strisce di colori che
costituivano il ponte che attraversavo si mescolarono in una sola ed
unica luce bianca. Questa, come fosse acqua, cadeva sulla superficie
della luna in una cascata lattiginosa. Io crollai pateticamente al
suolo e, assai indispettito, mi rialzai, sbattendo via la polvere dai
miei vestiti.

Tutto attorno a me, vedevo una nebbia biancastra
poco invitante. Vi era caldo e umido all’interno di quest’aria densa e
irrespirabile. Cercavo di avanzare, ma i miei movimenti erano lenti e
maldestri, tanto la nebbia sembrava aggrapparsi al mio corpo. I miei
piedi affondavano nel terreno molle e viscoso. Mi trovai a desiderare
che il vento si levasse per disperdere quest’aria cremosa che mi
circondava. Ma questo luogo mi dava l’impressione di non aver
conosciuto neanche una minima brezza dalla notte dei tempi. Era la
stessa atmosfera umidiccia che regnava da allora. Credevo di trovarmi
in una tomba.

Fu allora che sentii una lunga lingua leccarmi
il torso. Paralizzato dal terrore, restai immobile. Guardandomi
attorno, cominciai a distinguere poi delle forme. Esse erano
innumerevoli e rassomigliavano assai poco a degli esseri umani. Una di
quelle, di taglia gigantesca, si ergeva in fronte a me, e potevo
osservarne dettagliatamente la bruttezza. Interamente nudo, questo
demone aveva una pelle liscia, bagnata di sudore, e delle gambe
arcuate, tra le quali gli attributi della mascolinità erano ostentati
senza pudore. Vidi anche che il suo petto portava gli attributi della
femminilità. Speravo di scorgere un viso umano, ma, al suo posto, si
trovava muso simile a quello di un serpente, dal quale usciva una lunga
lingua tesa verso di me.

Il mostro mi disse: “Io sono Asmodeo,
Principe della Lussuria. Raffaella, Arcangelo della Convinzione, è la
mia avversaria. Colui che si compiace dell’abuso dei piaceri della
carne e del nichilismo più totale si aggiungerà alle fila dei miei
dannati”. Non sapevo che risposta dare ad una così orribile creatura,
ma essa non ne attendeva e si scostò dal mio cammino. Fu allora che
vidi un lungo corridoio scavato nella densa nebbia. Non mi feci pregare
per seguirlo e così scappare da quelle bestie lussuriose. Il terreno
era via via meno pastoso e diveniva sempre più sabbioso. Il colore
biancastro lasciava poco a poco spazio a un fosco chiarore turchese.

Dopo
un tempo indefinito, arrivai ad una gigantesca grotta. Dei pilastri
immensi sostenevano la sua volta, che facevo fatica a distinguere, data
la sua altezza. Un lago di dimensioni omeriche riempiva lo spazio. Il
suo liquido, che non era turbato da nessuna onda, irradiava un fosco
chiarore turchese, colorando in questo modo tutte le rocce circostanti.
Nessuna forma di vita sembrava poter sopravvivere in quei luoghi. Quale
fu la mia sorpresa quando vidi, tra le rocce ammucchiate lungo la
sponda, delle forme oscure che si alzavano. I loro movimenti erano
lenti, maldestri, e poco sicuri.

Esse sembravano dover fare
uno sforzo sovraumano per mettersi in movimento. Io li vedevo tutte
piangere il loro stato imputridito e amorfo. Fu allora che un getto di
liquido turchese si alzò dalla superficie del lago. Un’enorme creatura
con la pelle squamata e una lunga coda di lucertola sorse dal liquido.
Due piccoli occhi di smeraldo, che sormontavano una mascella titanica,
mi fissavano. Essa mi disse: “Io sono Belial, Principe della Superbia.
Uriele, Arcangelo della Generosità, è il mio avversario. Colui che
pensa di poter vivere fuori dalla comunità, o di essere capace di
raggiungere la condizione divina, si aggiungerà alle file dei miei
dannati”.

Sypous
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:17

L'eclissi III: La pianura

Belial tornò nelle stagnanti acque
turchesi, che ritrovarono la loro inquietante superficie liscia.
Osservai allora una piccola barca sulla riva. Come avevo potuto non
vederla prima? La presi, non vedendo alcuno degli esseri amorfi
opporsi. Remai allora per ore, i giganteschi pilastri di roccia si
succedevano gli uni agli altri. Avanzai sempre più rapidamente, ma la
gioia che ciò mi procurava mutò rapidamente in orrore quando mi resi
conto che era soltanto perché ero aspirato in un vortice. Non potendo
sottrarmi, caddi allora in fondo a quest'orifizio.

Quando mi
svegliai, con il corpo dolorante, vidi attorno a me un corridoio scuro.
Il suolo era coperto da un tessuto morbido e caldo, il cui color malva
faceva tono su tono con le ametiste che formavano le pareti. Decisi di
seguire questa parte sconosciuta. Nel corso del mio tragitto, potevo
ammirare mucchi giganteschi d'oro, di denaro e di gioielli lungo le
pareti. Pietanze deliziose emanavano i loro profumi stuzzicanti.
Creature all'aspetto umane, uomini o donne forniti di un corpo
splendido si pavoneggiavano dinanzi a me. Ma vidi soprattutto molte
persone, sedute, che divoravano con gli occhi questo incredibile lusso.


Mi chiesi perché non si appropriavano di ciò che veniva loro
offerto, ma lo capii presto. Uno dei dannati prese una moneta d'oro, ma
la lasciò con un urlo di dolore. Questi dannati erano condannati ad
ambire tale lusso senza mai poterne approfittare. Fu allora che intesi
un rumore di ali e vidi porsi dinanzi a me una creatura erculea dalle
grandi ali di pipistrello e la pelle colore di ametista. Mi disse:
"Sono Satana, principe dell’Invidia. Michele, Arcangelo della
Giustizia, è il mio avversario. Chi desidera beneficiare delle giuste
ricompense attribuite ad altri, o che ambisce ai beni o alla felicità
del suo simile, si aggiunerà alle fila dei miei dannati."

Quindi,
senza aggiungere altro, Satana riprese il suo volo. Io ripresi dunque
il mio cammino verso la fine del corridoio, che infine riuscii a
trovare. L'uscita era una piccola apertura sovrastata da un sostegno di
pietre nere, dove erano scolpiti teschi. Esitai ad entrare, ma mi
ricordai di ciò che c'era dietro di me e non volevo tornarci. Passai
dunque questa gomena di porta e mi trovai di fronte ad una pianura che
si estendeva à l'infinito. Ai miei lati, potevo vedere grandi montagne
rosse che circoscrivevano con precisione i limiti di questo paese
piatto.

Questo ambiente poteva somigliare ad un paesaggio
terrestre, ma le montagne e l'erba erano color del sangue. Il sole
bruciava appena sopra la pianura. Riempiva la metà del cielo e sembrava
essere attaccato alla luna. Si stagliava in una notte stellata che
sembrava gravare con tutto il suo peso su di me. Osservai un
vertiginoso picco blu che si innalzava in mezzo alla pianura, e
raggiungeva il gigantesco astro del giorno. A suoi piedi si trovava una
grande costruzione di legno. Decisi di avanzare, per raggiungere questo
dito di pietra puntato verso l'alto. Ma, a metà strada, capii che non
potevo raggiungerlo.

Infatti, tutto attorno al picco blu, per
centinaia di miglia intorno, migliaia di dannati si picchiavano come
forsennati. Non avevano la minima pietà gli uni verso gli altri. Ogni
occasione era buona per strappare un arto all’avversario. Quando le
armi ed i pugni non bastavano più, i denti ne prendevano il posto.
Allora, uscendo dalla gigantesca baraonda, un toro enorme avanzò verso
me. Al di sotto dei suoi occhi iniettati di sangue, fiamme uscivano
dalle sue narici. Mi disse: "Sono Leviatano, principe dell' Ira.
Gabriele, Arcangelo della Temperanza, è il mio avversario. Colui che si
abbandona all’odio dell'altro, o che con tutte le sue forze tenta di
lottare contro la sua condizione si aggiungerà alle fila dei miei
dannati.”

Sypous
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:18

L'eclissi IV: Le gallerie


Allora, Leviatano colpì l'erba
sanguigna con il suo zoccolo, e si aprì una fenditura nel suolo. Vi
vidi una scala a chiocciola di pietra scendere nell’oscurità. Prendendo
il coraggio a due mani, vi entrai, mentre il Principe-demone tornava al
combattimento. Scesi prudentemente i gradini, poiché non c'erano luci
per aiutarmi a sapere dove stessi andando ed il cammino sembrava ancora
lungo. Per aiutarmi, facevo scivolare la mia mano lungo la parete, e
potevo rendermi conto al contatto che era semplicemente scavata nella
terra.

Sussultai di paura, quando le mie dita toccarono una
forma viscosa. Fu allora che la scala si riempì di un colore verdastro.
Volsi il mio sguardo verso la causa del mio sussulto e vidi con
disgusto un lungo lombrico uscire dalla parete. Irradiava questa luce
ripugnante, come le migliaia di creature simili che uscivano esse anche
della terra. Iniziando ad abituarmi su come funzionava sulla luna, mi
chiesi quale peccato era punito in questi luoghi. Ottenni la mia
risposta in fondo della scala a chiocciola, dove si trovavano una
decina di gallerie scavate nella stessa terra, infestate di queste
immonde bestiole verdastre.

Alcuni dannati gonfi, che avevano
difficoltà ad avanzare tanto il loro corpo era pieno di grasso,
prendevano e divoravano coloro che erano alla loro portata. Trattenni
la nausea, quando una nuova galleria si aprì, facendo passare la testa
di un enorme e ripugnante verme di terra. Quest'ultimo mi disse: "Sono
Azazele, principe dell'avidità. Galadriella Arcangelo della
Perseveranza è il mio avversario. Chi approfitta del piacere delle
necessità prime, che non ha la misura in ciò che è necessario alla sua
sussitenza, si aggiungerà alle fila dei miei dannati.”.

Quindi
aggiunse: "Seguimi". Arretrò e continuò a scavare la sua galleria. Io
lo seguii per molte miglia, seguendo i suoi molteplici cambiamenti di
direzione. Quindi, il tunnel emerse in un grande capannone di legno. Io
capii che mi trovavo ai piedi del picco di pietra. Azazele, che mi
attendeva vicino all'uscita, ripartì scavando un nuovo tunnel. Mi
osservai attorno e mi accorsi che ero su una specie di tumulo di terra.
Tutto attorno ad esso, un pozzo che sembrava non avere fondo.

Ma
doveva inevitabilmente averlo, poiché numerosi piloni di legno ne
emergevano arrivando alla mia altezza. Alcuni dannati vi erano messi
sopra. Anche in piedi, dovevano compiere difficili sforzi per
mantenersi sopra e non cadere. Ma la cosa più strana era che ciascuno
teneva tra le braccia tesori d’incomparabile valore e bellezza.
Aggrappati a queste pesanti casse colme d'oro, a queste grandi borse
piene di pietre preziose, come se la loro vita ne dipendesse.

A
volte, un movimento un po'meno misurato degli altri faceva cadere
alcune di queste ricchezze. Coloro che facevano l'errore di provare a
recuperarli finivano invariabilmente per cadere. Dal pozzo un pallido
lucore giallo testimoniava le innumerevoli ricchezze che vi erano
cadute, trascinando nella loro scia i dannati, dei quali nessuno
sembrava voler lasciarsi sfuggire neanche una moneta. Alcuni dovevano
anche essere appesi da lungo tempo, poiché le loro gambe erano
atrofizzate. Ma non si lasciavano sfuggire il minimo lamento, temendo
di fare cadere il loro oro nel pozzo.

Allora, vidi scendere
dal soffitto, appeso al suo filo, un ragno gigantesco ricoperto d'oro,
con migliaia di occhi di diamante. Arrivato vicino a me, mi disse:
"Sono Belzebù, Principe dell'Avarizia. Giorgio, Arcangelo
dell'Amicizia, è il mio avversario. Quello il cui egoismo è pari
soltanto al disprezzo dell'altro si aggiungerà alle fila dei miei
dannati." Quindi, senza aggiungere nulla, il Principe-demone tessé un
ponte, con la sua tela, collegando la mia isola ed il bordo del
capannone di legno.

Sypous
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:18

L'eclissi V: Il picco

Al termine del ponte di tela si trovava
una piccola porta di legno. Girai la maniglia, ma non si aprì. Spinsi
per un po’, e alla fine cedette. Doveva essere un'eternità che non
veniva utilizzata. Quando la porta fu aperta, mi trovai dinanzi ad una
massa di pietra blu. Varcai la soglia ed alzai gli occhi. Il picco che
avevo appena potuto osservare puntava fino al sole, che, da dove mi
trovavo, riempiva il cielo intero.

Non volendo restare
all’Inferno per l'eternità, decisi di scalare il picco roccioso. Per
ore, mi aggrappai alla meno peggio ad ogni asperità, avanzando a passo
molto lento a causa della difficoltà del mio cammino. Non ero il solo a
tentare questa spedizione terribile. Numerose persone penavano quanto
me in questa difficile prova. Piangevano dinnanzi a questo compito
sovrumano, ed alcune finivano per abbandonare.

Quelli che non
trovavano più la forza di continuare tentavano di ritornare. Ma era
ancora più dura muoversi in quella direzione che dirigersi verso il
vertice del picco blu. Tutti quelli che si erano così rassegnati
finivano per lasciare la presa ed schiantarsi sul fondo con un sinistro
rumore sordo. Ogni caduta sembrava indebolire la volontà dei
superstiti, ma mi aggrappai alla mia volontà e continuai. Finii per
trovarmi solo in questa terribile scalata.

Mentre pensavo di
essere arrivato a metà strada e che i miei muscoli mi facevano male da
piangere, vidi una balza non lontano da me. Deliziato da questa
scoperta inaspettata, mi ci diressi. Una volta arrivato alla meta, mi
decisi infine ad guardare verso il suolo, per vedere quale altezza
avessi scalato. Quale non fu il mio orrore quando la luna intera
apparve ai miei occhi, sotto volute di fumo blu simile a nuvole.
Nessuna montagna al mondo poteva essere così alta! Ero entusiasta
dell'efficacia dei miei sforzi, ma mi ricordai che rimaneva altrettanta
strada da percorrere fino alla vetta.

Mi lasciai cadere sulla
balza cercando di trovare un po’ di riposo, quando sentii piangere.
Voltai la testa e vidi un vecchio uomo dalla barba irsuta che versava
calde lacrime. Il suo corpo era così secco che sembrava scheletrico. Mi
disse: "Sono Lucifero, Principe dell’Accidia. Silfaele Arcangelo del
Piacere, è il mio avversario. Chi entra in depressione spirituale, che
resta passivo, che non ha più gusto per la vita, e che ignora la sua
soddisfazione si aggiungerà alle fila dei miei dannati, che mai non
arrivano a raggiungere il sole."

Vidi un grotta dietro lui. Mi
fece segno di andare, senza dire una parola. Un lungo corridoio
lastricato si dirigeva verso una porta di metallo, che presentava una
strana venatura verticale al suo centro. Cercai un'impugnatura
qualunque, ma non ne trovai. Dopo lunghe ricerche, finii per
appoggiarmi ad un lato, esausto. Intesi allora un piccolo rumore di
campanella e la porta si aprì, le due metà della porta scorsero sui
lati. Sorpreso, guardai dentro e là vidi uno specchio splendido, che
rifletteva come nessun altro la mia immagine.

Entrai nel
piccolo spazio nel quale si trovava, i miei occhi non riuscivano a
staccarsene. Udii allora una voce calma dirmi: "Salite?". Mi girai,
stupito da una domanda così strana e vidi una persona sorridente che
attendeva una risposta. Ci trovavamo insieme in una stanza minuscola in
cui solo una mezza dozzina di persone al massimo avrebbe potuto stare
in piedi. Era abbastanza bene illuminata, benché la luce bianca, che
scendeva dal soffitto, mi sembrasse un po'smorzata. Non sapendo cosa
dire, risposi "Sì.". Allora, la persona pose il suo dito su un quadrato
dove era scritta la parola "Ultimo piano". La porta si richiuse, le sue
due metà si ricongiunsero, e sentii la stanza salire.

Sypous
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:18

L'eclissi VI: Il sole

Mentre la piccola stanza dove mi trovavo
con questo strano sconosciuto saliva, avevo la sensazione sgradevole di
essere più pesante del solito. Ma, quando si fermò, mi sentii per un
momento estremamente leggero. Non ero tuttavia né ingrassato né
dimagrito durante questo breve lasso di tempo. La porta si aprì in due,
come avevo visto accadere in basso. Lo sconosciuto si girò allora verso
me e mi disse: "Siete arrivato". Sfoggiava un sorriso pieno di
gentilezza e dolcezza. Ciò mi ridiede un po'di coraggio ed osai infine
chiedergli: "Ma chi siete?".

Mi rispose: "Sono il
traghettatore, il solo angelo a restare per l'eternità al di fuori del
Paradiso. Il mio ruolo è di accompagnare fin qui coloro che non hanno
ancora fatto la scelta.". "Quale scelta?", esclamai, disorientato. Ma,
senza rispondermi, esibì ancora uno dei suoi bei sorrisi e tese la mano
verso l'esterno della stanza per invitarmi ad avanzare. Vedendo che non
avrei potuto ottenere altre informazioni, decisi di avanzare. Una volta
uscito, la porta si richiuse dietro me, le sue due parti si
ricongiunsero, ed io sentii la stanza ridiscendere.

Mi
aspettavo di trovare un paesaggio idilliaco, ma, invece c'era di nuovo
questa detestabile pietra blu che componeva il picco infernale. Era
stata tagliata per ottenere una specie di terrazzo. Mi chiesi come
uscire da ciò che credevo essere una ignobile trappola. Infatti, avevo
raggiunto il vertice e sicuramente sarei caduto se avessi provato a
discendere la parete del picco. Quanto alla porta sconosciuta, non
sapevo come aprirla. Dunque mi sedetti, in lacrime, chiedendomi quale
peccato orribile avessi potuto commettere per essere punito così.

Alcuni
momenti più tardi, intesi un concerto di battiti di ali. Alzai gli
occhi e vidi uno spettacolo splendido: sette angeli si stavano posando
sulla terrazza blu. Riconobbi l’Arcangelo Michele, santo patrono della
Giustizia, in armatura, che teneva in mano una spada splendida ed un
grande scudo dai meravigliosi ornamenti. Ma le mie conoscenze
teologiche erano limitate e chiesi, non senza vergogna, con chi avevo
affare. Mi aspettavo di sentire qualche rimprovero, ma non fu così.
Tutti mi osservarono con uno sguardo pieno di dolcezza e d'amore. Uno
di loro avanzò e mi disse: "Sono Giorgio, Arcangelo dell'Amicizia. Ed
ecco Gabriele, Arcangelo della Temperanza, Michele, Arcangelo della
Giustizia, Uriele, Arcangelo della Generosità, Galadriella, Arcangelo
della Perseveranza, Silfaele, Arcangelo del Piacere, e Raffaella,
Arcangelo della Convinzione. Noi sette, agli ordini del profeta
Aristotele e del Messia Christos, siamo incaricati di guidare gli umani
sul cammino della virtù, che li conduce verso Dio ed il Suo Paradiso."

Avevo
di fronte a me i sette umani più importanti della storia, eccetto
Aristotele e Christos. Dinanzi a tale privilegio, io potei soltanto
prostrarmi ai loro piedi, faccia a terra. Ma Giorgio mi disse: "Non ti
prostrare dinanzi a noi: siamo in definitiva soltanto umani. Solo Dio
merita ciò. Noi siamo i Suoi umili servi, che compiono la Sua volontà
divina. Ma vieni con noi, poiché è venuta l'ora di fare la scelta.
Stiamo per condurti al sole."

Sypous
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:19

L'eclissi VII: Il Paradiso

I sette angeli stavano di fronte a
me. Sfoggiavano un grande sorriso pieno di gentilezza che sottolineava
il loro sguardo pieno d'amore. Per la prima volta da quando avevo
lasciato il mio cane solo nel campo, mi rilassai e mi riempii della
serenità che emanavano. Mi aiutarono ad alzarmi e Michele, più robusto,
mi fece montare sulla sua schiena. Io arrossii all'idea di cavalcare un
Arcangelo come un cavallo. Ma risero tutti, vedendo l'imbarazzo
mostrarsi sul mio viso. Queste risa non erano beffarde, ma piene
d'amicizia.

Allora, sette grandi paia di ali magnifiche si
stesero. Si avvicinarono al bordo e si lasciarono cadere. Urlai di
terrore, ma il mio grido si soffocò quando gli Arcangeli raddrizzarono
il loro volo e volammo verso il sole. Riuscii a vedere sotto me tutta
la luna e promisi a me stesso, se me ne fosse stata data l'occasione,
di vivere sempre nella virtù, secondo i precetti di Aristotele e di
Christos, per non tornare mai più in un posto così sordido. Galadriella
mi lanciò un sorriso complice e mi disse: "È bene. Hai preso una
decisione giudiziosa. Possano gli altri vivi fare lo stesso."

Mi
chiesi come avesse potuto conoscere così a fondo i miei pensieri. Ma il
mio spirito fu ben presto interessato dallo spettacolo che mi si
offriva. Avevamo appena lasciato la luna e volavamo nello spazio che la
separa dal sole. Le stelle si offrivano al mio sguardo come altrettanti
spettacoli magici. Potevo anche distinguere numerose stelle di cui non
conoscevo l'esistenza, non potendo essere viste dal mondo. Ma la
maggior parte della mia visione era occupata da questo sole immenso,
bollente, che non avevo mai visto così vicino. Mi sentivo come una
mosca di fronte ad una mucca: minuscolo.

Ci avvicinammo così
tanto all’astro divino che fiamme di molte miglia di lunghezza ci
sfioravano. Mi chiesi se non andassi a condividere con i sette
Arcangeli una ben triste fine. Ma Michele, sul quale ero appollaiato,
mi disse: "Non avere timore ed osserva.". Vidi allora le fiamme che
coprivano il sole aprirsi, per lasciare posto ad uno spettacolo
splendido. Sotto questo strato bollente si trovava ciò di cui avevo
sentito parlare nella mia più tenera infanzia, senza mai sapere in cosa
consistesse: il Paradiso!

Atterrammo in un luogo magico. Tutto
era inondato da una luce tenue. Ovunque guardassi, non trovavo la
minima oscurità. A perdita d’occhio, non c'era né abitazione, né la
minima costruzione. Chi aveva fame si serviva dagli alberi da frutto.
Chi apprezzava i piaceri del rilassamento si distendeva sull'erba. Dei
bambini giocavano innocentemente, ridendo e correndo nell’erba alta. I
sette Arcangeli mi avvisarono che dovevano lasciarmi, essendo la loro
missione terminata. Li ringraziai grandemente e dissi loro arrivederci.


Decisi di visitare questi luoghi magici. Tutti coloro che
incontravo mi porgevano il benvenuto e mi sorridevano. Rendevo loro il
loro sorriso e li ringraziavo. Tutto emanava felicità, bontà e gioia.
Mentre mi avvicinavo ad una piccola fontana dove l'acqua appariva così
chiara che non ce la feci a resistere al desiderio di rinfrescarmi,
vidi due uomini discutere. Mi notarono e mi fecero segno di
avvicinarmi. Avevo di fronte a me niente di meno che Aristotele e
Christos. Mi accolsero con la più grande gentilezza. Mi chiesero se il
luogo mi piacesse e se avessi fatto un buon viaggio. Ero così
emozionato che non sapevo cosa rispondere. Farfugliai qualche parola
vaga, mentre cercavo ancora di realizzare chi si trovava dinanzi a me.
Fu allora che udii una voce.

Sypous
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:19

L'eclissi VIII: La resurrezione

Questa voce che udii, mentre mi
trovavo in compagnia di Aristotele e Christos, era calma e penetrante.
Mi spiegarono che era Dio stesso che stava per pormi la domanda.
Finalmente capii che quello era il momento. La voce divina mi disse:
"Tu, l'umano che loro chiamano Sypous, sei venuto a Me, scoprendo tutto
ciò che un umano potrà conoscere dopo la sua morte. Hai visitato
ciascuno dei sette inferni, dove hai incontrato ognuno dei
Principi-demone, che si sono presentati a te, conformemente alla mia
volontà. Cosa hai imparato dal tuo viaggio?"

Risposi: "Ho
compreso il significato della Salvezza. Quando un uomo ha vissuto nella
virtù, conformemente alla Tua divina parola, trasmessa dal profeta
Aristotele e da Christos, il Messia, allora Tu gli concedi il diritto
di accedere in questi luoghi, al Paradiso, nel cuore del sole. Ma se
costui devia dalla virtù, rifiutando di ascoltare la Tua divina parola,
abbandonandosi ai piaceri terreni, all'egoismo, alla tentazione, alle
false divinità, la Tua infinita saggezza Ti induce a condannarlo
all’Inferno, nella luna, per esservi punito per l'eternità. Tu ci ami,
ma ugualmente noi dobbiamo amare Te."

Dio mi disse: "Ora, per
te è venuto il momento di fare la tua scelta. Puoi decidere di
accettare la morte. In questo caso, giudicherò tutta la tua vita, i
momenti in cui hai saputo operare per la virtù e quelli dove hai
deviato da essa. Se, allora, giudicherò che tu lo meriti, raggiungerai
gli eletti per un'eternità di gioia e di felicità. Ma se giudicherò
invece che la tua vita non è stata abbastanza virtuosa, conoscerai
un'eternità di tormenti all’Inferno. Ma, se pensi che il tuo tempo non
sia ancora giunto, che tu non Mi abbia ancora dimostrato il tuo valore,
puoi decidere di ritornare alla vita."

Non sapevo che
rispondere. Avevo meritato di raggiungere il Paradiso o di finire
all’Inferno? Allora, udii voci. Erano quelle dei miei amici, che
pregavano per la Salvezza della mia anima. Benché si trovassero sulla
Terra, li udivo distintamente. Mi scaldava il cuore di vedere che si
preoccupavano tanto di ciò che mi sarebbe successo. Avevo bisogno di
dimostrare che le loro preghiere non erano inutili. Decisi di accettare
la resurrezione, per potere vivere nella virtù e meritare il Paradiso.
Dovevo questo a loro, almeno quanto lo dovevo a me stesso.

Dio
allora disse: "Da quando ho deciso di cambiare lo spirito degli umani
in anima, affinché sia giudicata alla loro morte, ciascuno di loro
percorre il cammino che ti ha condotto a Me, e pongo la stessa domanda
a ciascuno di loro. Alcuni hanno la stessa prudenza, altri accedono al
Paradiso, ed altri sopravvalutano la qualità del loro vissuto e sono
inviati all’Inferno."

"Coloro che hanno optato, come te, per
la resurrezione non conservano tracce del loro viaggio celeste nella
loro memoria. Così, il loro comportamento cambia soltanto se la lezione
si è scolpita in fondo al loro cuore. Ma, affinché tutti sappiano quale
sorte terribile li attende se deviano dal mio amore, io ti lascio
eccezionalmente la memoria. Potrai così testimoniare il tuo viaggio. E
la tua testimonianza rimarrà per i secoli dei secoli. Ora che sai quale
compito ti ho affidato, torna alla vita, fino a che ti richiamerò per
fare una nuova scelta."

Allora, la mia vista si annebbiò. Ebbi
appena il tempo di vedere Aristotele e Christos dirmi "a presto." prima
di perdere conoscenza. Quando mi svegliai, mi trovai nel mio letto, le
braccia incrociate. Attorno a me erano accese candele ed i miei amici
stavano pregando. In lacrime, ma visibilmente sollevati, mi spiegarono
che erano nove giorni che ero morto. Mi alzai, andai alla finestra, e
vidi che il sole diffondeva nuovamente la sua calda luce sul mondo.
Raccontai ai miei amici il mio incredibile viaggio e decisi di stendere
sulla carta tutto ciò che avevo visto durante la mia morte.

Sypous
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PostSubject: Re: Libri delle Virtù - Libro 1 - Il mito Aristotelico   Thu 2 Jun - 13:19

-La fine dei tempi I: Il sogno

Io, Ysupso di Alessandria, pio
credente d'Egitto, vi descriverò la rivelazione che mi fu fatta in
sogno. Potrebbe sembrare strano considerare un sogno come un
premonizione veritiera, ma la lettura delle mie rivelazioni vi mostrerà
che non si tratta di un sogno ordinario. Ringrazio l’Altissimo per
avermi affidato la missione divina di trasmettere al mondo la Sua
volontà.

Il mio sogno cominciò con una luce tenue bianca.
Avevo la sensazione di svegliarmi e, come al mattino presto, emergevo
poco a poco del mio stato letargico. La luce portò, secondo il mio
risveglio immaginario, una relativa serie di sfumature. Finisco per
vedere un gruppo di esseri umani dalle grandi ali d’uccello, sormontati
da un anello luminoso. Risplendevano d'amore e di dolcezza. I loro
sguardi erano pieni di bontà e tenerezza.

Avevo di fronte a me
tutti gli uomini che, con la loro vita santa e virtuosa, avevano
raggiunto lo stato di angeli. Sette di loro superavano i loro compagni
per la sensazione di benessere che avvertivo in loro presenza.
Riconobbi senza difficoltà i sette arcangeli benedetti da Dio: Giorgio,
patrono dell'amicizia, Uriele, patrono della generosità, Raffaella,
patrona della convinzione, Gabriele, patrono della temperanza, Michele,
patrono della giustizia, Silfaele, patrono del piacere, e Galadriella,
patrona della perseveranza.

Dietro loro, vedevo vasti paesaggi
idilliaci. Tutto risplendeva di bellezza e faceva desiderare di
restarvi per l'eternità. Ma sembrava molto vuoto. Potevo ammirare gli
innumerevoli eletti, che popolano il Paradiso, sul viso dei quali si
manifestava la beatitudine. Vedendo tale felicità riempire coloro che
avevano vissuto nella virtù, mi rallegravo per loro e speravo di
poterli raggiungere.

Allora, intesi una voce dura e serena
dirmi: "Coloro che vedi qui sono coloro che hanno saputo guadagnare il
Paradiso, secondo la parola che ho affidato a Aristotele ed a
Christos." Ma sappi che il futuro non sarà così radioso per tutti ". Io
capii che era Dio stesso che mi inviava questo messaggio divino.
Allora, gli angeli mi lasciarono solo, in comunione con l’Altissimo.
"Osserva nella pozza d'acqua ai tuoi piedi", mi disse.

Vidi
allora un bel paese. Il calore morbido del sole accarezzava gli alberi
da frutto, nutriva le spighe di grano, che si ergevano, fiere, verso il
cielo, e dava tutto il suo amore alla verdura, che prosperava. Più
lontano, potei vedere le mucche nutrirsi placidamente, accompagnate da
pecore controllate dal loro pastore. La brezza piacevole prestava la
sua forza al lavoro del mugnaio facendo girare le pale del mulino.

Il
mare forniva ai pescatori molti pesci, per nutrirli, ed emanava i suoi
profumi rustici ma così piacevoli per coloro che sapevano apprezzarli.
Nel cuore di questa vita pacifica, una città, cinta di mura, brulicante
d'attività. Gli artigiani lavoravano per fornire alla popolazione tutto
ciò di cui aveva bisogno ed i commercianti facevano l'elogio delle loro
merci ai clienti che andavano al mercato.

I bambini giocavano,
ridendo e correndo lungo le vie animate. Dalle taverne uscivano le risa
e i rumori dei liquidi che venivano versati nei boccali. Un piccolo
gruppo si accalcava attorno al sindaco, che ascoltava le loro domanda e
vi rispondeva. Le campane si misero a suonare ed un gran numero di
abitanti uscì dalle loro case per andare alla messa.

Ysupso
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